Elettrotecnica
Led per illuminare
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LED o diodo luminoso. I pareri sono discordi e oggi è difficile, forse
impossibile, esprimere giudizi definitivi. Tutto ciò avviene perché grandi aziende multinazionali, in concorrenza tra loro, hanno deciso di investire nell’innovazione legata a queste nuove sorgenti di luce. Che cosa cambia, in sostanza? Nelle lampade a scarica, una miriade di piccole folgori all’interno di una massa di sostanze aeriformi (vapori o gas), confinata in un involucro di materiale trasparente o semitrasparente, genera sequenze di radiazioni a determinate frequenze. Nel led non ci sono gas “elettrizzati” o “folgorati”, né filamenti incandescenti, ma solo una minuscola pastiglia (il “chip”) di materiale semiconduttore, opportunamente drogato, in cui gli elettroni di alcuni atomi presenti in una zona sono spinti, da una differenza di potenziale elettrico, a cadere negli spazi vuoti (o “lacune”) degli atomi presenti in un’altra zona. La luce scaturisce da questo decadimento elettronico, spiegato nei dettagli dalla fisica quantistica. Ma questo è solo il primo punto di differenza.
Si noti, inoltre, che al di fuori di questo
gruppo non compaiono altre radiazioni, e comunque
la potenza in esse contenuta è assai ridotta. Ma vediamo più nei particolari come funziona il led. Le radiazioni emesse si propagano in tutte le
direzioni, in modo non determinabile. Da questi ulteriori trattamenti dipende, in una certa
misura, l’efficienza del diodo luminoso, considerato che si
verificano fenomeni di assorbimento e dispersione in
questa prima fase della propagazione. Per far transitare corrente nel semiconduttore è necessario applicare ai capi del chip una differenza di potenziale elettrico, vale a dire una tensione. Una parte dell’energia trasportata dagli elettroni si trasforma in luce, mentre un’altra si traduce in calore, per effetto Joule. Ogni led è progettato per generare flusso luminoso a un determinato valore della corrente continua (chiamata corrente di pilotaggio) e della temperatura presente nel semiconduttore (temperatura di giunzione). Generalmente i produttori stabiliscono un valore in gradi (di solito 25 o 40 °C) per questa temperatura e un valore in milliampere (mA) per la corrente, rispetto ai quali il led produce un certo flusso luminoso, una certa quantità di lumen (figure 2 e 3).
Figura 2 - Variazione del flusso luminoso (in percentuale) in funzione della temperatura di giunzione. A 90° si ha una riduzione del flusso di circa il 15%
Figura 3 - Variazione del flusso luminoso (in percentuale) in funzione della corrente di pilotaggio
Figura 4 - Variazione della corrente di pilotaggio in funzione della caduta di tensione Il flusso reso è proporzionale alla corrente per
cui aumentando i milliampère si ottengono più lumen,
mantenendo costante la temperatura
di giunzione. Alti valori della corrente di pilotaggio decurtano la
durata del led; d’altro canto, le correnti deboli comportano
la riduzione dei flussi. Come si è detto, tutti i diodi luminosi emettono luce con spettri a banda stretta (luce pressoché monocromatica). La luce eterocromatica necessaria per illuminare
gli ambienti si ottiene miscelando le radiazioni.
Con i led cambia il modo di generare luce bianca.
È possibile, infatti, integrare in
una sola sorgente luminosa tre led, oppure
tre chip in un solo led (led multichip). Miscelando e regolando singolarmente questi colori
otteniamo diverse tonalità di luce bianca, fino a colorare
il bianco di una singola tinta, quando le restanti due sono
regolate al minimo. Lo stesso procedimento che sfrutta il principio della sintesi additiva viene usato per ottenere luce bianca da tre lampade fluorescenti colorate, ma nel caso dei led ci si avvantaggia delle piccole dimensioni, cioè della caratteristica compattezza della componente all’interno dell’apparecchio di illuminazione. Con lampade di piccolo formato è possibile ottenere un’ottima miscelazione collocando, sopra i tre (o i quattro) chip, una lente capace di fondere i tre flussi e ottenere luce bianca priva di striature o viraggi cromatici. Un primo criterio di analisi per tipi e modelli, si basa sulla destinazione d’uso. Come si è detto, il led idoneo per gli impieghi
nel campo della segnalazione si è affermato
per primo, a partire dagli anni 60. Come richiama l’acronimo (Tht), questa
microstruttura – capsula ed elettrodi - è concepita per
collocare la componente optoelettronica in un foro e
realizzare in tal modo la classica spia luminosa. Nell’ambito di questa famiglia il led più comune
ha una capsula di diametro pari a 5 millimetri.
La base del chip è collegata al catodo,
mentre sulla faccia opposta, in alto, si innesta
nella zona P un filo sottile, chiamato “bond
wiring”, che realizza la connessione
elettrica con l’anodo. Il led del tipo Tht si installa in circuiti stampati su base isolante che devono essere forniti di fori per il passaggio degli elettrodi, le cui saldature sono effettuate sulla faccia inferiore della base. Nei casi in cui si voglia utilizzare un circuito
stampato di diverso tipo, con le connessioni
elettriche solo sulla faccia superiore, si opta per
led di diversa concezione. In questo modo è possibile utilizzare circuiti stampati su base isolante di ridotto spessore ed effettuare le micro-saldature non più manualmente, bensì con macchinari automatizzati, rendendo in tal modo l’assemblaggio più veloce e meno costoso. Il led smt si presenta come un minuscolo box con una faccia da cui viene emessa la luce, la faccia opposta o laterale che funge da base di appoggio, mentre le rimanenti facce laterali sono munite di anodo e catodo. Questa forma molto compatta si presta bene per realizzare moduli lineari, strisce luminose o light strip, composte da microaree luminose disposte a intervalli regolari. Con il termine power led (o led di potenza) si indica un diodo che, essendo in grado di trasformare l’energia elettrica con potenza superiore a 1 W in luce e calore, è impiegabile nell’illuminazione di ambienti interni ed esterni, cioè per distribuire luce nello spazio costruito a dati livelli di illuminamento. I flussi luminosi resi oscillano soli tamente tra
i 50 e i 300 lumen, in funzione della potenza
assorbita. Si tratta di un power led che incorpora, alla
base del chip, il dispositivo miniaturizzato di
trasformazione e conversione
dell’energia elettrica. In entrambi i casi l’incremento della potenza è
legato alla corrente di pilotaggio e alla caduta di tensione,
che a loro volta causano lo sviluppo di calore. Questa duplice esigenza è alla base della
diversificazione tipologica dei power led. Il power led viene dunque messo sul mercato come
dispositivo pronto per il collegamento elettrico con
l’alimentatore/convertitore, con il dispersore termico e con
l’eventuale ottica secondaria. In entrambi i casi i led sono muniti di corpo
protettivo, isolante e dissipante, di forma esagonale,
funzionante da piccolo circuito stampato per l’aggregazione
in moduli.
Sia i led smt che i power led sono proposti in aggregazione, per incrementare il flusso complessivo, su circuiti stampati o piastre di collegamento di varie forme e dimensioni: circolari, quadrate, rettangolari, a striscia: i cosiddetti moduli led per alimentazione in serie oppure in parallelo (figura 7).
Alcuni produttori propongono led e moduli led con dissipatore termico integrato, per garantirne il corretto funzionamento, e con componentistica ottica (l’ottica secondaria) allo scopo di orientare le radiazioni (figura 8).
- ll led produce gruppi di radiazioni raccolte intorno a una radiazione principale che assume il massimo valore di potenza - Lo spettro del led è raccolto in un intervallo di lunghezze d’onda che oscilla - nelle sue potenze rilevanti - tra i 20 e i 30 nanometri - Le radiazioni emesse si propagano in tutte le direzioni, in modo non determinabile - Con i led cambia il modo di generare luce bianca |






